29 marzo 2008
Intervista a Beatrice Biagini
Che cosa sono gli italiani all'estero?
Ci sono molti tipi di italiani all'estero, e io voglio soprattutto
parlare dell'Europa, ma secondo me siamo tutti accomunati dall'aver
intrapreso, dall'aver esplorato uno stile di vita diverso: andare
all'estero cinquant'anni fa significava un salto nel buio, l'ostilità di
una lingua diversa, la lotta contro i pregiudizi, e al tempo stesso per
molti è stato il modo di affrancarsi da legami che al paese, a casa erano
vissuti come soffocanti. Molte donne hanno trovato emancipazione e
libertà prima delle loro "cugine" rimaste in patria. Molti
italiani di seconda generazione hanno fatto da ponte con i parenti
rimasti in patria. E oggi, direi dopo la grande ventata degli Erasmus,
dopo l'apertura dello spazio europeo, ci sono mobilità forse meno
impegnative, ma non per questo meno esigenti. Tutti questi italiani
espatriati di varie generazioni sono accomunati da una doppia radice, la
casa italiana e la casa europea. Ma oggi andare in Europa non è veramente
andare all'estero.
Che cosa distingue il programma del PD da quello del PdL?
Sarebbe interessante capire qual è il programma del PdL, anzitutto.
Io leggo le pagine dei candidati PdL, vedo solo disordinate promesse,
mance, nessuna visione chiara: dal difendere il made in Italy al
promuovere la lingua italiana, va bene, ma poi? Se uno legge la letterina
di Berlusconi ci vede in trasparenza una vecchia idea: che gli italiani
all'estero siano fondamentalmente arretrati, e come tali vadano trattati.
Veltroni ha detto subito chiaramente che gli italiani all'estero
sono una risorsa fondamentale per il paese; dunque innanzitutto ha
mostrato rispetto. Io voglio mostrare che il futuro, almeno per chi
'emigra' in Europa, è l'Europa. Vorrei rivoluzionare l'idea di italiano
in Europa! Non emigrante, ma persona che fa una mobilità. E sono i
problemi di questa mobilità che devono essere capiti e affrontati.
Se venissi eletta, per che cosa ti batteresti?
Diritti e standard europei. Pensare agli italiani all'estero,
rappresentarli, significa anche lavorare perché l'Italia cresca. Fare in
modo che l'emigrazione sia sempre meno un ripiego e sempre più una scelta
come un'altra. Questo significa battersi per riformare a fondo la ricerca
e l'università italiana, dare diritti alle nuove famiglie, garantire una
mobilità regolata da standard accettabili. Sconfiggere la mafia.
Isolarla, incoraggiare tutte le forme di reazione al pizzo, e riformare
la pubblica amministrazione, che nelle sacche di inefficienza crea spazio
vitale per la mafia. Fare politiche affermative per le donne; non ha
senso che l'Italia non riconosca loro ruoli dirigenziali. E costruire un
tessuto sociale all'altezza degli standard dei paesi più avanzati: se tu
e il tuo partner dovete lavorare in paesi diversi, fa ancora una grossa
differenza se sei in Francia o in Italia: asili, assistenza alle persone
in difficoltà, tutto questo deve crescere in Italia, e deve crescere per
gli italiani all'estero. La rete della solidarità non basta: servono
diritti.
Che cosa spinge una persona come te a candidarsi?
Anche se ho poco più di trent'anni, ho una certa esperienza del fare politica; l'ho fatta nelle amministrazioni
locali, adesso mi interessa il quadro europeo. Oggi tra la finta
antipolitica di Berlusconi e il grillismo sembra che tutti i mali
d'Italia vengano dalla politica. Per me è vero il contrario: quei mali
vengono dalla mancanza di una cultura politica. Fare politica significa
difendere una cultura della cosa pubblica, dare dignità alla cosa
pubblica. Ho fatto un master di amministrazione pubblica; ho studiato il
modello francese, e lavorato in quello italiano. Lo spazio per agire è
grande. Si tratta di mostrare determinazione
| inviato da
partitodemocraticoparigi il 29/3/2008 alle 8:27 | |